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Vi sono luoghi in Italia, per quanto piccoli e pressoché ignoti ai più, nondimeno preziosi per il lindore del paesaggio, per le nobili vestigia del passato, i monumenti d’arte, la cortesia ed ospitalità degli abitanti, gelosi custodi di tradizioni e memorie altrove scomparse. Uno di questi è l’Irpinia, che comprende l’intera provincia di Avellino (kmq. 2792, di cui il 68% montagna ed il 32% collina, con una popolazione di 426395 abitanti). Si tratta di una regione del Sannio antico, dai fieri abitatori, i quali disponevano del lupo come animale totem, donde il nome (“Hirpini appellati sunt a nomine lupo, quem hirpum dicunt Samnites” Tac.) e dove, nel corso di tremila anni di storia, si sono succeduti popoli quali gli Osci, i Greci, i Romani, i Goti, i Longobardi, i Normanni, fino alle più recenti presenze di Francesi e Spagnoli: tutti arricchendola di un patrimonio di arte e cultura incomparabile. Sicché oggi possiamo ammirare centri archeologici, quali Aeclanum, sviluppatosi lungo la via Appia, Aequum Tuticum, Abella e Borghi medioevali ancor oggi intatti, quindi Castelli, Cattedrali, Musei, Santuari e luoghi di culto (“S. Gerardo Majella”, “S. Guglielmo al Goleto”, Montevergine”, etc.).

Ma, insieme con i monumenti d’arte e le vestigia del passato, l’Irpinia, a tutti nota con l’appellativo di verde (“La verde Irpinia”), si presenta, preziosa e superba, per un ambiente paesaggistico di rara bellezza, con montagne e colline ricoperte di boschi (ricordiamo i vasti orizzonti ammantati di faggete e castagneti, che si aprono dal Lago Laceno, luogo turistico con efficienti impianti sciistici, al Terminio ed al Partenio), e cocuzzoli e collinette digradanti su cui troneggiano numerosi, caratteristici paesini medioevali, alcuni in splendido isolamento e tuttavia facilmente raggiungibili per l’ottima viabilità, quali Trevico (alt. 1094 metri s. l. m., il comune più alto della Campania).

Né mancano valli e pianure che, grazie alle favorevoli condizioni climatiche e all’assenza di forti insediamenti industriali ed urbani, sono particolarmente vocate ad ospitare pratiche agricole eco-compatibili. Per cui oggi l’economia irpina, pur presentandosi non particolarmente ricca di cospicue attività industriali e commerciali, è florida per raffinate attività artigianali, riguardanti la lavorazione della ceramica e dell’argilla (Calitri, Ariano Irpino, Carife), della pietra (Fontanarosa), del ferro battuto (S. Andrea di Conza, Vallata), etc., e soprattutto è decisamente orientata verso produzioni agricole di qualità ed alla valorizzazione del vasto patrimonio dei prodotti tipici, privilegiando processi produttivi rispettosi dell’ambiente e della salute dei consumatori. L’Irpinia, perciò, è una terra dove si può mangiare all’antica, in caratteristiche osterie ed efficienti aziende agrituristiche, in semplicità, con piatti tipici della cucina contadina e prodotti locali “unici” ( minestra maritata o altre verdure selvatiche (“asciatizze”), “migliatielli”, cecoria e fagioli, “laene”, “fusilli”, soppressate, caciocavallo Podolico (così denominato dal nome tipico della vacca Podolica, razza che ben si è adattata alle difficili condizioni climatiche delle zone interne appenniniche e che fornisce latte e carni di qualità eccellente), formaggi pecorini (famoso il Carmasciano, con caratteristiche organolettiche uniche, ricavato dal latte di pecora Laticauda, diffusa ed allevata, in greggi di piccola dimensione ed aziende per lo più a conduzione familiare), funghi, tartufi neri di Bagnoli, castagne, noci, nocciole, mele Annurca e Limongella, torrone, miele, olio extravergine d’oliva, ricavato dalle principali varietà d’olivo utilizzate, cioè l’ogliarola e la ravece, etc…

Naturalmente, in un quadro di così vasta bontà, campeggiano, sovrani e pregiatissimi, i vini: l’Aglianico di Taurasi, (ricavato dal miglior vitigno dell’antichità, la “Vitis Hellenica”, eccellente, tanto da essere considerato uno dei più prestigiosi vini d’Italia e, fino a pochi anni or sono, l’unico vino DOCG dell’Italia Meridionale, capace di rivaleggiare solo con i migliori Barolo o Brunello di Montalcino), il Greco di Tufo (l’”Aminea Gemina” dei Romani), il Fiano (la “Vitis Apiana”). In effetti la coltivazione dell’uva ha rdici profonde nelle nostre terre. Le prime viti furono portate a Cuma, Pitecusa, Poseidonia, etc., dai primi greci colonizzatori, intorno al VII-VIII sec. A. C.

Dall’agro campano, dove prosperarono per la mitezza del clima e la fertilità del suolo di natura vulcanica, i vitigni si diffusero ben presto nel resto d’Italia e nel mondo. Attraverso i tempi quei vini, già lodati da Orazio, Virgilio, Catone, Plinio, hanno migliorato vieppiù in qualità e finezza, sicchè oggi si presentano eccellenti ed ineguagliabili.

Ciò perché i vitigni sono stati oggetto di una attenta azione di selezione ed allevati in ambiti territoriali molto limitati. Inoltre il sistema di coltivazione è stato razionalizzato e la raccolta avviene rigorosamente a mano e con bassa resa per ettaro. Quindi il clima mite, i terreni vulcanici, la modesta umidità e le non eccessive piogge, l’ambiente geografico collinare (i Romani usavano dire “Baccus amat colles”) garantiscono la produzione di uve di superba qualità, ricche di zuccheri e di aromi e vini di non comune pregio, di carattere e grande personalità.
 
 
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